Situata nel nord della Cambogia, lungo il confine con la Thailandia e ai piedi della catena montuosa dei Dangrek, Along Veng è stata per anni l’ultimo rifugio dei Khmer Rossi. Qui la guerra non è finita nel 1979, con la caduta ufficiale della Kampuchea Democratica. Qui è andata avanti, silenziosa e intermittente, fino alla resa definitiva del 1998.
Oggi Along Veng è un distretto vivo, abitato, attraversato da una quotidianità che convive con un’eredità pesantissima. Raccontarla oggi significa raccontare come un territorio prova a trasformare il trauma in conoscenza, senza rimuoverlo.
Dal punto di vista geografico, Along Veng non è mai stata un luogo facile. Isolata, lontana dai grandi centri urbani, vicina alla frontiera, è stata per questo una posizione strategica durante gli anni della guerriglia.
Dopo il 1979, mentre gran parte della Cambogia cercava di ricostruire, molti leader khmer rossi si ritirarono proprio qui. Along Veng divenne l’ultimo bastione politico e militare del movimento, il punto in cui la guerra continuò sotto altre forme.
È per questo che oggi Along Veng non racconta solo il regime, ma soprattutto il “dopo”: la lunga transizione, la resa, la convivenza forzata con ciò che era rimasto.
Il cuore del lavoro sulla memoria è oggi il Centro di Pace di Along Veng, realizzato in collaborazione con il Documentation Center of Cambodia (DC-Cam).
L’edificio che lo ospita non è casuale: durante il regime era la casa delle riunioni di Ta Mok, uno dei leader più temuti dei Khmer Rossi. Qui si incontravano le alte cariche, qui si prendevano decisioni politiche e militari.
Quando la guerra finì, la casa era quasi vuota, segnata da incendi e saccheggi. Oggi quello stesso spazio è stato trasformato in centro educativo, pensato soprattutto per studenti e ricercatori che vogliono comprendere i luoghi e le tracce lasciate dall’era khmer rossa.
Alle pareti scorrono fotografie dei leader, immagini di matrimoni forzati, materiali sulla Kampuchea Democratica (1975–1979) e una sezione fondamentale dedicata alla storia della comunità di Along Veng, raccontata decennio dopo decennio fino ai giorni nostri.
Durante la nostra visita abbiamo incontrato il Dr.Ly Sok-Kheang, direttore del Centro di Pace di Along Veng. Le sue parole chiariscono con precisione l’approccio che guida tutto il progetto.
Along Veng, ci ha spiegato, non è pensata per giudicare, ma per aiutare a capire cosa accade quando un sistema politico cancella l’umanità. La conservazione dei luoghi, la raccolta delle fotografie, il lavoro con le scuole e con le comunità locali rispondono a un obiettivo preciso: educare alla responsabilità storica.
Il Centro lavora soprattutto con studenti cambogiani, perché la memoria — secondo Kheang — deve prima di tutto tornare alle nuove generazioni del Paese. Along Veng non vuole diventare una meta di curiosità morbosa, ma uno strumento per evitare che la violenza torni a essere normalità.
🔗 L’intervista completa a Kheang è disponibile nell’articolo dedicato su Occhi sul Mondo.
Uno degli aspetti più importanti del Centro di Pace è la scelta di non fermarsi alla fine ufficiale del regime. Una sezione dell’esposizione ricostruisce la storia della comunità di Along Veng decennio per decennio, mostrando come il conflitto abbia continuato a influenzare la vita locale fino agli anni più recenti.
Questa prospettiva è fondamentale: Along Veng non è solo un luogo della memoria, ma un territorio che ha dovuto convivere a lungo con il peso della guerra, anche quando il resto del Paese guardava avanti.
Per Along Veng, la data chiave è 1998.
Il Centro conserva una serie di fotografie dedicate alla riunificazione, quando le ultime truppe khmer rosse accettarono di arrendersi al governo cambogiano. Le immagini mostrano soldati, armi leggere e pesanti radunate, uomini che per anni avevano vissuto nascosti tra foreste e montagne.
Quei luoghi oggi sono diventati distretti amministrativi, strade, edifici civili. Ma le fotografie ricordano che la guerra è finita qui, davvero, solo allora.
Tra queste immagini ce n’è una particolarmente inquietante: un uomo in camicia a quadri, apparentemente anonimo. Solo in seguito si scoprì che era Duch, l’ex direttore del carcere S-21, nascosto sotto falsa identità prima dell’arresto e del processo.
Un’altra parte centrale del lavoro del Centro riguarda le donne del distretto di Along Veng. Attraverso libri e ricerche, emerge una realtà spesso marginalizzata: donne costrette a scavare canali, costruire dighe, sostenere logisticamente l’esercito khmer rosso.
Storie diverse, ma unite da un elemento comune: la mancanza di scelta. Raccontarle oggi significa restituire complessità a un passato che troppo spesso viene semplificato.
Poco distante dal centro abitato si trova uno dei luoghi più emblematici di Along Veng: la casa-nascondiglio di Pol Pot.
Costruita intorno al 1985, dopo la sconfitta militare e la ritirata verso il confine thailandese, la casa era dotata di un tunnel sotterraneo progettato come via di fuga. Il passaggio, ancora visibile, presenta due ingressi e due uscite, permettendo di scomparire rapidamente nella foresta.
Camminare in quel tunnel significa entrare fisicamente nella logica della clandestinità e della paranoia che ha segnato gli ultimi anni del regime.
Uno dei luoghi più delicati di Along Veng è la tomba di Pol Pot.
Dopo una violenta frattura interna con Ta Mok, Pol Pot venne catturato, processato davanti alla popolazione locale e confinato in una capanna essenziale. Morì nel 1997, durante una fase di nuovi attacchi governativi.
La sua cremazione avvenne in modo caotico, sotto gli occhi dei giornalisti. Una fine disordinata, simbolica della dissoluzione del regime.
Tra il 2022 e il 2023, il Centro di Pace e il DC-Cam hanno deciso di proteggere il sito, costruendo una copertura bianca, aperta verso il cielo. Non per glorificare, ma per impedire l’oblio. La struttura è pensata come un messaggio: se il regime era chiuso e autoritario, oggi lo sguardo può tornare ad aprirsi.
Il percorso di Along Veng comprende anche le case di Ta Mok, oggi trasformate in spazi museali.
La seconda casa ospitava le riunioni politiche: alle pareti compaiono immagini simboliche di Angkor Wat e del tempio di Preah Vihear. La costruzione, basata su grandi pilastri di legno non scortecciato, riflette un’idea di potere solido e radicato.
Il seminterrato, un tempo deposito di reperti e luogo di culto personale, oggi è vuoto. Un vuoto che racconta più di qualsiasi oggetto.
Tra gli aspetti più interessanti del lavoro del Centro c’è la volontà di coinvolgere attivamente i visitatori. Tra le iniziative, l’idea che chi arriva ad Along Veng pianti un albero prima di andarsene, per rendere l’area sempre più verde, “come Angkor”.
Un gesto semplice, ma potente: la memoria che mette radici.
Along Veng non è fatta solo di luoghi. È fatta di persone che hanno vissuto il regime e la sua lunga eredità.
Durante il nostro soggiorno abbiamo incontrato Em Mea, ex soldato khmer rosso e oggi agricoltore nel distretto. Il suo racconto non è incluso in questo articolo per una scelta precisa: abbiamo deciso di dedicargli uno spazio separato, per lasciare alla sua voce tutto il tempo e il rispetto necessari.
🔗 L’intervista completa a Em Mea è disponibile nell’articolo dedicato su Occhi sul Mondo.
Along Veng oggi è un luogo scomodo. Non consola, non semplifica, non offre risposte facili. Ma proprio per questo è necessario.
Qui la memoria non viene trasformata in attrazione, ma in strumento di comprensione. Preservare non significa promuovere. Raccontare non significa giustificare. Significa impedire che il silenzio diventi complice.
Along Veng non chiede di essere assolta dalla storia.
Chiede solo di non essere dimenticata.