"Non voglio che succeda di nuovo"
Ad Anlong Veng il vento scende dalle montagne dei Dangrek e attraversa i campi senza incontrare ostacoli. Porta con sé polvere, umidità, e qualcosa di più difficile da definire: una memoria che non ha mai trovato una vera conclusione. Siamo nel nord della Cambogia, a pochi chilometri dal confine con la Thailandia, in una regione che per anni è stata un margine del paese e, allo stesso tempo, uno dei suoi ultimi centri di gravità. Qui, dopo il 1979, la guerra non finì davvero. Qui i Khmer Rossi rimasero più a lungo, confondendosi con il territorio, trascinando il conflitto ben oltre la sua fine ufficiale.
Oggi Anlong Veng appare silenziosa. Campi di riso, strade polverose, case basse. Ma sotto questa quiete resta una storia che continua a muoversi, come il vento che arriva dalle montagne.
È qui che incontriamo Em Mea, oggi contadino, un tempo soldato dei Khmer Rossi. L’incontro è stato possibile grazie al lavoro dell’Anlong Veng Peace Center, che opera sul territorio occupandosi di memoria storica, raccolta di testimonianze e accompagnamento umano dei sopravvissuti al regime.
Em Mea ha sessantasei anni e vive nel villaggio di Cheung Phnom, nel distretto di Anlong Veng, una delle aree più segnate dalla lunga guerra cambogiana. Coltiva riso su due ettari di terra. Alcuni anni ha coltivato anche patate, altri no. Il raccolto, qui, non è solo un’attività agricola: è una misura concreta della stabilità raggiunta, o della sua assenza.
Cammina con una gamba sola. La perdita risale al 1983, quando aveva ventiquattro anni, in un periodo in cui il conflitto non era ancora concluso e la Cambogia continuava a essere una terra disseminata di armi invisibili. Non insiste sull’episodio, ma il suo corpo racconta una storia precisa, comune a migliaia di cambogiani.
Durante il regime dei Khmer Rossi Em Mea non viveva ad Anlong Veng. Si trovava nel distretto di Pouk, nella provincia di Siem Reap. Quando il regime prese il potere, la sua vita cambiò senza spiegazioni. Come milioni di altri cambogiani tra il 1975 e il 1979, fu costretto a spostarsi. Le famiglie vennero separate, i villaggi svuotati, le persone messe in cammino verso luoghi che non avevano scelto.
La vita sotto l’Angkar si imparava vivendo. Em Mea lavorava nelle cooperative agricole. Scavava dighe, piantava riso, lavorava dall’alba al tramonto. Il cibo era insufficiente e ripetitivo. Il tempo libero non esisteva. Ogni giornata era uguale alla precedente, scandita dal lavoro forzato e dalla sorveglianza costante.
Più della fame, ciò che ricorda è la paura. Una paura continua, silenziosa, che regolava ogni gesto. Sbagliare significava esporsi alla violenza. Non obbedire poteva significare sparire. La paura non era un’eccezione: era l’ambiente in cui si viveva.
Durante quegli anni Em Mea era separato dalla sua famiglia. Viveva in una struttura destinata ai bambini e ai giovani, mentre i genitori si trovavano in un altro distretto. All’epoca quella separazione gli sembrava normale. Solo con il tempo avrebbe compreso quanto quella normalità fosse una parte essenziale del sistema di controllo del regime.
Nel raccontare il passato, Em Mea non elimina le zone ambigue. Ricorda di essersi unito ai Khmer Rossi quando era molto giovane. Non lo giustifica, non lo difende, non lo spiega. È un fatto che resta sospeso, come accade spesso nelle storie reali, dove il confine tra scelta e costrizione è fragile e difficile da tracciare.
Quando il regime crollò nel 1979, la fine non assunse la forma di una liberazione netta. Non ci fu un momento chiaro in cui tutto cambiò. Ci furono confusione e disorientamento. Civili sotto shock, soldati in fuga verso le montagne. I primi tornarono lentamente ai villaggi. I secondi temettero le ritorsioni e scomparvero tra i confini e la foresta. La guerra non si chiuse: si dissolse.
Fu in questo dopoguerra indefinito che la vita di Em Mea si spezzò definitivamente.
Nel 1983, mentre si muoveva in una zona rurale e montuosa del nord del paese, Em Mea calpestò una mina antiuomo. Un’esplosione improvvisa, senza avvertimento, senza nemici visibili. Perse una gamba.
Non si trattò di un combattimento, né di un atto eroico. Fu una delle conseguenze più crudeli della guerra cambogiana: un territorio disseminato di ordigni, spesso piazzati anni prima, di cui nessuno ricordava più l’esatta collocazione. In quella zona, come in molte altre, è altamente probabile che la mina fosse stata posizionata dagli stessi Khmer Rossi, durante le fasi di controllo e difesa del territorio.
La guerra, in questo modo, continuava a colpire anche chi ne era stato parte.
Il regime aveva lasciato dietro di sé non solo morti e traumi, ma trappole permanenti, capaci di mutilare a distanza di anni, senza distinzione tra vittime e carnefici.
Rimanere disabile in una Cambogia ancora instabile significava non avere cure, non avere assistenza, non avere un futuro chiaro. Em Mea visse a lungo ai margini, spostandosi con difficoltà, senza alcun sostegno. Il suo corpo divenne una prova concreta di una verità spesso dimenticata: la guerra non finisce quando cessano i combattimenti, ma quando smette di produrre ferite.
Solo più tardi arrivarono piccoli aiuti statali, insufficienti a colmare ciò che era stato perso, ma abbastanza per continuare a vivere. Oggi Em Mea non si definisce né povero né ricco. Vive a un livello che gli permette di andare avanti. Sopravvive. È una parola che, in Cambogia, racchiude un’intera esperienza collettiva.
Col tempo ha raccontato la sua storia alla moglie e ai figli. Mettere in parole ciò che aveva vissuto non ha cancellato il dolore, ma lo ha reso più sopportabile. Raccontare è diventato un modo per alleggerire un peso portato troppo a lungo in silenzio.
Oggi guarda con favore al lavoro di chi raccoglie le testimonianze dei sopravvissuti al regime dei Khmer Rossi. Sa che molti ex soldati e civili sono anziani, disabili, dimenticati. Raccontare serve a non lasciarli scomparire due volte: prima nella guerra, poi nell’oblio.
Per comprendere meglio il senso di questo lavoro — e il motivo per cui luoghi come Anlong Veng continuano a essere preservati — è possibile leggere anche l’intervista a Dr.Ly Sok-Kheang, direttore dell’Anlong Veng Peace Center. Nel suo racconto emerge una domanda centrale: come conservare la memoria dei Khmer Rossi senza glorificarla, e come trasformare territori segnati dalla violenza in spazi di educazione, ricerca e dialogo per le nuove generazioni.
Per Em Mea la memoria non è vendetta né assoluzione. È prevenzione. Serve a evitare che quel passato torni a ripetersi. Il suo messaggio è semplice: proteggere la pace, difenderla, non permettere che la Cambogia torni a ciò che è stata.
Oggi Em Mea coltiva riso ad Anlong Veng. Aspetta la pioggia. Vive una vita modesta, fragile, ma finalmente sua.
Non chiede perdono.
Non chiede assoluzioni.
Non chiede compassione.
Chiede solo che ciò che ha vissuto non accada più.
Ad Anlong Veng il vento continua a scendere dalle montagne.
La memoria viaggia con lui, senza fare rumore.
Foto e intervista a cura di Andrea Campolucci & Eleonora Lischetti in collaborazione con Along Veng Peace Center e il Documentation Center Of Cambodia
Traduzione a cura di Charya