Raggiungere Cao Bằng non è immediato. Da Ha Giang non esistono autobus diretti. Si deve trovare una soluzione, adattarsi.
Noi contrattiamo un taxi tramite il nostro alloggio. Con noi viaggia anche un ragazzo francese diretto nella stessa città. Il viaggio dura sei o sette ore tra montagne, curve strette e un autista che guida con la sicurezza di chi quelle strade le conosce da sempre.
Arriviamo quando è già buio.
Nessuna entrata scenografica. Solo una strada secondaria e un cartello con scritto MiCasa, indicato da una freccia verso il basso.
Scendiamo.
MiCasa è semplice, essenziale. Cuciniamo da soli su una piastra elettrica, condividendo lo spazio con chi arriva e chi parte. Non c’è formalità, solo una routine tranquilla che si costruisce attorno a un tavolo.
Più tardi entrano due ragazzi vietnamiti. Si siedono poco distante, appoggiano un bong sul tavolo e iniziano a fumare erba. L’odore si diffonde nell’aria, netto ma non invadente. Nessuno sembra farci caso.
Parlano tra loro, ridono a voce bassa. È la fine della giornata, e il loro modo di stare lì è semplice, senza tensione, quasi domestico.
Dopo qualche minuto uno dei due si avvicina per praticare l’inglese. Ha poco più di vent’anni, studia lingua, cerca le parole con attenzione. Gli chiedo se in Vietnam sia legale fumare cannabis. Sorride e risponde:
“Per i turisti sì, per i vietnamiti no.”
So che non è esatto dal punto di vista legale. Ma non è questo che mi resta. Mi resta il tono con cui lo dice, come se fosse una constatazione leggera dentro una normalità che non sente il bisogno di giustificarsi.
Rientrando in stanza noto un cartello affisso al muro: niente gioco d’azzardo, niente droghe.
Le regole sono scritte. La vita, intanto, continua a scorrere fuori, con una coerenza che non sempre coincide con le parole.
Non avendo ancora la patente internazionale e sapendo delle multe frequenti ai turisti, decidiamo di affidarci a una guida locale per visitare i dintorni di Cao Bằng.
Il giorno dopo partiamo.
La prima tappa è God’s Eye Mountain, una montagna carsica con un foro naturale quasi perfetto al centro.
La valle è ampia, verde, tranquilla. Non c’è teatralità. L’“occhio” nella roccia non domina il paesaggio, lo abita.
È uno di quei luoghi che non cercano di impressionare. Se ti fermi, lo osservi. Se non ti fermi, resta lì comunque.
La natura qui non è sfondo. È protagonista.
Proseguiamo verso Ban Gioc Waterfall, una delle cascate più imponenti del Vietnam, situata proprio al confine con la Cina.
L’acqua scende in più livelli, potente ma costante. Il suono è continuo, quasi rassicurante. Dal lato vietnamita si muovono gruppi di visitatori asiatici. Dall’altra parte, sul lato cinese, altri gruppi osservano la stessa scena.
Il confine è visibile, ma l’acqua lo ignora completamente.
Restiamo lì a lungo ad ascoltare. Non c’è fretta. Il paesaggio sembra dettare il ritmo.
A pranzo la guida ci racconta di un viaggio a Roma. Noi raccontiamo del nostro itinerario. Lo scambio è semplice, diretto. Anche questo fa parte dell’esperienza.
A pochi chilometri dalle cascate si trova Nguom Ngao Cave, una grotta calcarea formatasi centinaia di milioni di anni fa.
Sapere che quelle formazioni esistono da un tempo così remoto cambia la prospettiva prima ancora di entrare.
Indossiamo il casco, cambiamo le scarpe. L’aria è umida. Dentro si sale, si scende, si attraversa un piccolo corso d’acqua tra stalattiti e stalagmiti modellate lentamente dal tempo.
Non è una grotta spettacolarizzata. È una grotta viva, ancora attraversata dall’acqua.
Con noi ci sono due turisti francesi incontrati lì. Nei passaggi più difficili faticano un po’. La guida li aiuta con calma, senza trasformare la difficoltà in qualcosa di straordinario.
L’acqua fredda sui piedi riporta al presente. Ma attorno a noi c’è qualcosa che appartiene a un tempo immensamente più lungo.
Il giorno successivo raggiungiamo Ban Viet Lake.
Non c’è percorso segnalato, non c’è struttura turistica. Solo acqua, montagne e silenzio.
Quando proviamo a chiamare un taxi per tornare, scopriamo che non possono venirci a prendere lì. Dobbiamo camminare fino alla fermata del bus.
La strada è una sola. Cani randagi, un pastore con i bufali, motorini che passano. Chiediamo aiuto, riceviamo sorrisi.
Poi un ragazzo si ferma, torna indietro e usa il traduttore per parlare con noi. Ci accompagna con il suo motorino fino alla fermata — che in realtà non è segnalata, solo l’ingresso di una casa.
L’autobus arriva davvero. Vecchio, lento, si ferma per consegnare pacchi e far salire persone.
In quel momento capisco che qui la città è marginale. È la natura a definire lo spazio, e le persone si muovono dentro quel ritmo con una semplicità disarmante.
Tornati in città nel pomeriggio, troviamo quasi tutto chiuso. L’unico posto aperto è Pedro’s Pizza.
Mangiamo lì. È una presenza occidentale in un contesto profondamente rurale. Eppure non stona. È solo un dettaglio dentro un territorio che resta saldamente se stesso.
Rientrando alla MiCasa scopriamo che la guida del giorno precedente ci ha lasciato del cibo come ringraziamento.
Non riusciamo a dirgli grazie di persona. Ma quel gesto semplice riassume più di qualsiasi discorso ciò che abbiamo percepito in quei giorni.
Quando lasciamo Cao Bằng non portiamo con noi un’immagine iconica.
Portiamo una sensazione.
La natura come presenza costante.
L’umanità come gesto quotidiano.
La percezione di essere dentro un luogo che non si trasforma per essere compreso.
In un mondo dove molte destinazioni si adattano allo sguardo del visitatore, Cao Bằng resta così com’è.
E forse è proprio per questo che, pur essendo culturalmente lontana, l’ho sentita sorprendentemente vicina.
Cao Bằng resta ai margini, silenziosa, rurale.
Sa Pa, invece, è un luogo che divide, interroga, cambia.
Se vuoi scoprire l’altro lato del Nord Vietnam, tra paesaggi avvolti nella nebbia e un turismo che ridisegna le montagne, trovi il racconto qui:
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